Una delle opere più rappresentative del padre del teatro dialettale, interroga il pubblico contemporaneo sull’identità. Lo spettacolo, nell’adattamento post legge Basaglia, di Leo Muscato offre una lettura ironica e impietosa di tutte le manie contemporanee, smascherate proprio dall’inganno del protagonista. Le date della tournée
Di Rosalba Panzieri
“Il medico dei pazzi”, celeberrima opera di Eduardo Scarpetta, è tornata sulle scene italiane, in occasione del centenario della morte del suo autore. Padre del teatro dialettale moderno, Scarpetta fu attore e autore di spicco del teatro napoletano. Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, nati dalla sua relazione con Luisa De Filippo, sono l’altro grande dono che Scarpetta ha fatto al teatro internazionale.
Per celebrare l’autore, il Teatro Quirino di Roma ha scelto di portare sul palcoscenico una delle sue opere più rappresentative, che attraverserà diversi teatri italiani, fino al 15 febbraio.
“Il medico dei pazzi” mette in scena con leggerezza e intelligenza il confine sottile tra normalità e follia, restituendo tutto il sapore del grande teatro napoletano. Capolavoro reso celebre anche dalla versione cinematografica con Totò, la commedia ruota attorno alla maschera popolare di Sciosciammocca, creata da Eduardo Scarpetta e divenuta simbolo di un umorismo senza tempo.

La trama
Don Felice Sciosciammocca, ingenuo e benestante provinciale, arriva a Napoli con la moglie per far visita al nipote Ciccillo, che ha mantenuto agli studi e che ora gli racconta di essere diventato un affermato psichiatra, direttore di una prestigiosa clinica per malati di mente. Colto alla sprovvista dall’arrivo inatteso dello zio, Ciccillo improvvisa una bugia colossale: la Pensione Stella, dove vive da scapestrato, diventa all’istante una rispettabile casa di cura. Convinto di trovarsi davvero in un istituto psichiatrico, Don Felice scambia gli eccentrici e ignari ospiti della pensione per pazienti affetti dalle più curiose manie, dando vita a un vortice di equivoci, malintesi e situazioni paradossali. Prendono vita, così, tutta una serie di situazioni comiche, entrate nella memoria collettiva del teatro napoletano.
Tra un maggiore borioso, un musicista squattrinato e un po’ cleptomane, un attore dilettante ossessionato dall’Otello e una madre invadente in cerca di marito per la figlia, la Pensione Stella si trasforma ai suoi occhi in un autentico “circo degli orrori”. A ogni incontro il suo smarrimento cresce, fino al punto in cui è proprio Sciosciammocca a sembrare il più folle di tutti, travolto da un gioco di specchi che mette in discussione la sua stessa identità.
Dalla realtà ottocentesca alla realtà post‑Basaglia
Nella versione originale di Scarpetta, “Il medico dei pazzi” è ambientato nella Napoli di fine Ottocento, una città popolare e borghese attraversata da trasformazioni sociali, nuove mode e nuove paure. Il manicomio è un luogo misterioso e temuto, e la comicità nasce dal malinteso: scambiare una pensione per un ospedale psichiatrico.
È una società che vive di apparenze, di ruoli rigidi, di ingenuità borghesi che Scarpetta smaschera con la farsa.
La regia di Leo Muscato sposta invece la vicenda fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, nel pieno della rivoluzione culturale della Legge Basaglia, che abolisce i manicomi e introduce nuove forme di cura, viste con sospetto, soprattutto da un provinciale ingenuo come Don Felice.
“La chiusura dei manicomi – spiega Muscato – ha generato un’epoca di diffidenza e smarrimento. Era il momento perfetto per far vacillare le certezze di Don Felice”.
Arrivato a Napoli, infatti, Sciosciammocca si ritrova in una città in fermento, contraddittoria, colorata, dove non riesce più a distinguere chi è sano e chi no. La sua identità si incrina, fino alla domanda più radicale: e se il vero matto fosse proprio lui?
Questo spostamento temporale permette alla regia di giocare con un’estetica iconica fatta di basettoni, occhiali enormi, pantaloni a zampa, una colonna sonora senza tempo. Ma oltre al divertimento, emerge una riflessione più profonda sull’identità.
Se tutti possiamo essere scambiati per qualcun altro, chi siamo davvero?

Una regia che sa parlare al presente
È qui che la nuova regia incontra l’essenza di Scarpetta.
Nell’Ottocento, la farsa smascherava la goffaggine borghese.
Negli anni Settanta, smaschera la fragilità, sempre viva, di un Paese che non sa ancora convivere con la libertà, con la cura, con la propria identità. Ma è negli spettatori di che la materia scenica trova respiro e spazio di riflessione, costringendo a interrogarci sul concetto di normalità e follia. E se la nostra società stesse in realtà normalizzando infinite manie?
“Scarpetta – sottolinea Muscato – rideva dei suoi contemporanei. Io provo a far ridere noi di noi stessi, perché la nostra confusione non è poi così diversa dalla loro”.
Lo spettacolo scorre in maniera brillante, mettendo in luce la bravura degli attori, che sanno tenere un ottimo equilibrio narrativo. Alcune esasperazioni interpretative non appaiono qui fuori luogo, ma si ergono a specchio impietoso del mondo contemporaneo. Ciò che resiste, tra normalità e follia, è invece una certa tensione poetica.
“E sul finale – conclude il regista – mentre il pubblico ride, Don Felice, con il cuore gonfio di delusione, capisce di essere stato gabbato come un povero scemo: il suo adorato nipote, quello per cui ha sacrificato anni e denaro, lo ha raggirato con la spudoratezza di chi bara a carte con un cieco. Sorride amaramente, si stringe nella sua giacchetta da provinciale fuori posto. Forse è davvero lui il più matto di tutti, perché, nonostante tutto, non riesce a negare a nessuno il lusso di un poetico lieto fine”. Ed è proprio in questo finale che la sconfitta di Don Felice gli restituisce una nobiltà che fa innamorare del personaggio.
Le date del tour:
Il 27 gennaio a Brindisi, dal 28 gennaio al 1 febbraio a Bari, l’8 febbraio a Novi Ligure, l’11 febbraio a Pinerolo, dal 14 al 15 febbraio a Civitavecchia.

