La nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma si apre con un gesto di forza e di visione: Lohengrin torna al Costanzi dopo cinquant’anni e per la prima volta in tedesco. Il Wagner romantico si colloca, dunque, al centro di una scena romana ormai pienamente reinserita nel circuito internazionale.
Di Rosalba Panzieri
Richard Wagner scrisse musica e parole di quest’opera romantica in tre atti, per la quale prese spunto da “Parzival”, poema medievale di Wifram von Eschenbach, preso da una febbre creativa incalzante come racconta egli stesso in “La mia vita”. Proprio mentre stava facendo delle cure termali, fu assalito dall’urgenza di scrivere e interruppe il bagno. “Saltai fuori con impazienza – scrisse il compositore – mi concessi appena il tempo necessario per vestirmi decentemente e via come un pazzo verso casa, a buttare sulla carta ciò che mi incalzava”. L’esito fu un’opera romantica monumentale, che a Roma si attendeva da decenni.
Grande debutto per tutti

È un ritorno che sa di rito e di rinascita, affidato al debutto wagneriano del Direttore musicale Michele Mariotti, del regista Damiano Michieletto e del tenore Dmitry Korchak. La coproduzione con il Palau de les Arts di Valencia e con il Teatro La Fenice conferma la vocazione globale del Costanzi, oggi laboratorio creativo capace di dialogare con l’Europa. Accanto a Korchak, un cast di voci prestigiose – da Jennifer Holloway (Elsa) al debutto romano a Clive Bayley, Tómas Tómasson, Ekaterina Gubanova e Andrei Bondarenko – guidato dall’Orchestra e dal Coro dell’Opera di Roma diretti da Ciro Visco. Michele Mariotti, Premio Abbiati 2017 e presenza costante nei maggiori teatri del mondo, vede in Lohengrin il compimento naturale di un percorso che vuole un teatro aperto, curioso, capace di parlare linguaggi diversi. Damiano Michieletto, celebrato dal New York Times e ideatore del Caracalla Festival 2025, affronta Wagner restituendo ai personaggi una vibrazione umana, un cuore che pulsa sotto l’armatura del mito, dalla lotta tra individuo e massa, passando per la fragilità dell’amore tra Elsa e Lohengrin, fino allla tensione tra storia e leggenda.
Completano il quadro i giovani artisti di “Fabbrica” – Young Artist Program, segno della vocazione formativa e internazionale dell’Opera di Roma, che continua a crescere come uno dei centri più vitali e riconosciuti della scena lirica europea. In questa lettura, Lohengrin si apre al pubblico come un territorio di incantamento, uno spazio sospeso in cui la spiritualità trova finalmente un varco. Il cigno, emblema assoluto del mito, non appare come figura, ma come concetto trasfigurato. È un’assenza che diventa presenza, un simbolo che si fa domanda.
Una domanda archetipica

Cosa significa amare? E, ancora, l’umano è capace di fede? Lohengrin ci provoca. Evidenzia quanto siamo predestinati alla sventura, quanto il desiderio di comprendere, di conoscere, di catturare sia la pietra tombale dello spirito, dell’anima di tutto ciò che chiede uno sguardo cieco per rivelarsi in piena luce. Elsa non regge il dubbio, nessuno di noi umani potrebbe, e infrange la promessa di fedeltà. Non ha ragione né torto, è soltanto umana. Immersa dunque in una dimensione melmosa, cupa, carnale che chiede soddisfazione dell’unico modo di cui dispone per accedere alla verità: fare la domanda che soddisfi la conoscenza razionale. Lohengrin per contro, viene dal cielo, pertiene al divino. Cosa ci dice Wagner con quest’opera in cui tutti perdono. Il sentimento è una forma cognitiva, a cui troppo debolmente e di rado l’essere umano, imperfettamente, si abbandona. Ma ci dice anche che è la compassione l’unico punto di incontro tra umano e divino, l’unica porta d’accesso alla sola forma di eternità sperimentabile in terra. Dovremmo ripartire da qui, ora, ad ogni latitudine, sembrano ammonire i protagonisti in scena. Solo così, forse, si potrà agire la risposta alla domanda: che cosè l’amore?
Un capolavoro di indagine sonora
Sul piano musicale, Michele Mariotti ha lavorato con una cura scultorea. Il Direttore ha modellato i volumi con precisione millimetrica per creare il “suono dell’altrove”, un timbro metafisico che contrasta con la fisicità sonora dei “cattivi”, più corporea, più terrestre. “Perché Lohengrin – dice Mariotti – è una fiaba umana, un continuo oscillare tra abisso ed estasi, tra compassione e destino. Ed è proprio la compassione l’elemento che spinge l’eroe a calarsi nel mondo degli uomini. Pochi preludi nel melodramma hanno la forza evocativa di quello di Lohengrin: una sola melodia, un contrappunto affidato ai violini, un respiro che sembra provenire da un altro mondo”. Intenso e pienamente riuscito è il lavoro fatto con i cantanti, tra cui spicca il protagonista Dmitry Korchak, che riesce a restituire l’arduo candore infantile nel commosso addio finale.
Il carattere “italiano” dell’opera emerge da questo lavoro di cesello: non perché si tratti di un Wagner addomesticato, ma perché il principio con cui si modella il materiale musicale, la cura del canto, la chiarezza del fraseggio, la tensione drammatica, sono tutti elementi che dialogano con la nostra tradizione. “È un’opera ricca di ‘concertati’- spiega Mariotti -, che richiede disciplina quando tutti cantano e offre lo stimolo per lavorare sulle dinamiche perché quando le voci si incastrano è necessario chiarire sempre quale è la trama. Abbiamo lavorato tantissimo sulle sonorità”. I cantanti, insieme all’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, hanno affrontato questa sfida con dedizione assoluta, restituendo un Lohengrin che vibra di umanità, luce e mistero. La ripetizione delle melodie, meravigliose, ha messo ben in luce l’agilità vocale e il grande spazio lasciato alle coloriture. Se Ortrude dialoga perfettamente con l’orchestra è Elsa a offrire uno dei momenti più alti per sapienza ed emozione. La struggente melodia dell’abbandono di Elsa, che canta l’amore vero genera un’effusione tra cantante e orchestra, tra Jennifer Holloway che inizia il canto e il clarinetto che lo continua.

Scenografia divisa tra presente e eternità
“Abbiamo preso la storia monumentale di Lohengrin e l’abbiamo fatta dialogare con un’estetica contemporanea”, spiega lo scenografo Paolo Fantin. Il Medioevo diventa così un ponte verso il nostro tempo, un linguaggio che permette a ciascuno di riconoscere nel simbolismo aperto della scena il proprio vissuto, le proprie ferite, le proprie attese. Non è il cigno a condurre l’eroe, ma Lohengrin a trascinare una bara bianca incisa con la sua immagine. La bara contiene il corpo del piccolo Goffredo, fratello perduto di Elsa. Il mito così si incrina, si umanizza, si fa racconto di lutto e di speranza. La materia scenica segue lo stesso percorso di avvicinamento al presente, dal legno che chiude la comunità e si trasforma in tribunale, fino all’argento fuso (una sostanza creata appositamente per l’Opera) che introduce una dimensione ultraterrena. Al centro della scena un uovo, a simboleggiare origine e mistero, ma anche il dubbio che incrinerà l’amore tra Elsa e Lohengrin. Prima c’è il matrimonio tra umano e divino, espresso nei cerchi d’argento; poi l’uovo si spezza, acceca Elsa, e la materia terrena si frantuma, togliendo appigli e certezze. Non c’è più nulla di solido. Resta solo la luce accecante del soprannaturale, che solo un bambino può sostenere. L’innocenza diventa così l’unico sguardo capace di vedere.

